Eleonora Carlesi

Dietro l’Obiettivo: Intervista a Eleonora Carlesi tra Impegno Sociale e Relazioni Umane

Benvenuti su Punto Luce. Oggi abbiamo il piacere di ospitare Eleonora Carlesi, una fotografa che ha fatto del reportage sociale e del contatto umano la sua missione. Dalle campagne toscane di Montescudaio ai territori feriti della Bosnia, Eleonora ci racconta cosa significa davvero “abitare” una storia prima di fotografarla.


Eleonora, partiamo dalle basi. Chi sei quando non hai la macchina fotografica al collo?

Sono nata in un posto magico, vicino al castello del Boccale, tra i boschi e il mare. Quell’ambiente mi ha formata. Oggi vivo a Montescudaio, un “micromondo” toscano pieno di artisti e registi. Vedere la bellezza dalle mie finestre è fondamentale: da fotografa, quello che vedo nutre la mia anima.

Com’è scattata la scintilla per la fotografia? È stata una folgorazione tecnica?

Tutt’altro. È stato un caso. Un’amica mi trascinò a un corso tenuto da Rita Neri. Lei dedicò solo un paio di lezioni alla tecnica, poi passò subito alla storia della fotografia e ai grandi autori. Lì ho capito cosa si può fare con questo mezzo. Mi sono innamorata come quando, a dieci anni, lessi il mio primo libro e avrei voluto leggerli tutti. Per me la fotografia è come la musica o il cinema: un linguaggio per connettere mondi.

Il tuo lavoro è profondamente legato al sociale e alla politica. Da dove nasce questa urgenza?

In famiglia ho mangiato “pane e politica” da sempre. Con mio padre commentavamo i fatti del mondo ogni giorno. Ho sempre avuto una predisposizione verso gli altri, verso chi è in difficoltà. La fotografia è diventata lo strumento per approfondire temi che mi stavano a cuore, come la condizione delle donne ucraine o le conseguenze della guerra serbo-bosniaca.

Parliamo del tuo metodo. Molti fotografi sono “predatori”, arrivano e scattano. Tu invece sembri fare l’opposto.

Non potrei mai fare diversamente. Per me la fotografia è un racconto fatto di tante immagini, non mi interessa lo scatto singolo “rubato”. Quando vado all’estero, non vado in albergo: vado a casa delle persone. Mi affianco a ONG, studio, ma soprattutto sto lì. Non tiro fuori la macchina fotografica per giorni. Prima si costruisce la relazione, si instaura la fiducia, poi, molto dopo, arrivano le foto.

“Ogni persona è un libro, una storia. Il bello è ascoltare gli altri: le loro esperienze ti arricchiscono. Io costruisco relazioni vere che durano anni, ben oltre la consegna del lavoro.”

Hai raccontato storie durissime, come quella di Assia e delle donne violate a Sarajevo. Come gestisci l’impatto emotivo?

Sento le farfalle nello stomaco ogni volta che parto. Ma una volta lì, entro in una sorta di trance. Assia, ad esempio, è una donna eccezionale che ha avuto il coraggio di denunciare i suoi torturatori nonostante il peso della religione e del giudizio sociale. Fotografarla è stato un atto di restituzione: lei era orgogliosa di mostrare la sua storia al mondo attraverso i miei scatti.

I tuoi progetti durano anni. Come si passa da migliaia di scatti a una selezione finale?

L’editing è una fase cruciale e difficilissima. Dopo anni passati con quelle persone, non sei più obiettivo: sei troppo coinvolto emotivamente. Per questo mi faccio aiutare da professionisti di cui mi fido. Un editor ti aiuta a capire che la sequenza fotografica è come un libro: non puoi ripetere la stessa frase due volte. Devi essere disposta a lasciar andare una foto che ami se non serve alla narrazione.

Cosa diresti a un giovane fotografo che vuole intraprendere la strada del reportage?

Che la macchina fotografica è solo uno strumento, il resto è tutto ciò che viene dopo. Bisogna studiare, scrivere il progetto prima di partire e poi essere pronti a cambiare direzione se la realtà ti sorprende. E poi bisogna “camminare”: proporsi ai festival, partecipare alle call, rischiare. La fotografia parla tutte le lingue, ma bisogna avere qualcosa di vero da dire.


Ti è piaciuta questa intervista? La fotografia di reportage è fatta di attese, rispetto e coraggio. Se vuoi approfondire il lavoro di Eleonora Carlesi, lascia un commento qui sotto o ascolta la puntata completa sul nostro podcast